著者
西本 晃二
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.30, pp.8-58, 1981-03-31

La formula : "Benedetto sia 'l giorno e 'l mese e l'anno…", che inizia e si riprende in ogni strofa del sonetto LXI delle Rime di Francesco Petrarca, non e altro che un topos assai usato fra i poeti italiani dal tre al cinquecento. E una formula enfatica(congiuntivo ottativo, forma passiva)che benedice / maledice un momento particolare nella vita del poeta, definendolo minutamente, cioe ripetutamente con precisione cronologica. Essa ha la sua origine in alcune espressioni bibliche, specie nella maledizione proferita da Giobbe(III, 1-3) al giorno ed alla notte in cui fu concepito nel ventre materno. E vero che Giobbe maledice il punto della sua nascita, usando la forma attiva (congiuntivo) del verbo "perire" : "pereat dies in qua natus sum et nox in qua…" (dalla Vulgata di San Girolamo, riconosciuta ufficiale e diffusissima attraverso tutto il medioevo), ma e facile vedere che il passo si riferisce ad un momento determinato nel passato. Per quanto riguarda la forma passiva : "benedetto / maledetto sia", troviamo un esempio anche nel libro di Giobbe(I, 20) : "sit nomen Domini benedictum. " Accanto a quest'ultimo, pero, troviamo nel nuovo testamento un altro esempio analogo, pure con sfumatura differente. Ed e il saluto dell'angelo Gabriele alla Vergine : "Ave Maria, gratia plena, …benedicta tu in mulieribus." (Luca : I, 28) E un passo popolarissimo durante tutto il medioevo in cui si edificarono innumerevoli chiese in onore della madre di Dio. A "benedicta tu in mulieribus" manca il verbo o, se ce ne fosse uno, dovrebbe essere "fosti" invece di "sia". Val a dire che questa e un espressione puramente esclamativa meno forte dell'altra. Ne troviamo riscontro anche nella letteratura classica. e. g. : "O fortunati, quorum iam moenia surgunt!" (〓neidos : I, v. 437) con la sola sostituzione di "fortunato" a "benedetto". "Benedetto" venne infatti assunto in tal formula quando acquisto il valore prevalentemente cristiano di "essere laudato". "Laudato-laudare" ci conducono naturalmente alla lauda francescana che sorse ai primi del duecento. Come si sa, e una forma di poesia popolaresca, e quindi enfatica, cantata in coro, in cui s'adopera spesso la ripetizione. La lauda, per altro, fa cenno frequente alla scena di annunziazione, nella quale lo stesso saluto dell'angelo viene tradotto : "enfra femene tu si' benedetta!" (Jacopone da Todi) Inoltre diverse virtu e attributi della Vergine vi sono enumerati per la sua glorificazione. Delle enumerazioni, ne troviamo gli esempi anche nella poesia lirica provenzale : "Ben aja 'l temps e 'l jorn e l'an e 'l mes / Cel dous cors gais, …" (Peire Vidal) Qui il poeta augura alla sua donna che lei abbia sempre buon tempo. Non si tratta di un punto nel passato, ma la precisazione cronologica ci interessa molto, perch'e proprio somigliante alla formula petrarcheca. Tale precisazione e congeniale anche allo spirito enfatico della lauda popolare, e quindi tutte e due le formule, quella ottativa e quella esclamativa, vennero agevolmente adoperate non per la gloria religiosa ma per la glorificazione d'un evento profano, e non dal popolo ma da poeti di raffinatissimo gusto che prendono coscientemente un tono popolareggiante ed enfatico, quali il Petrarca, il Poliziano, Lorenzo il Magnifico, e tanti altri. Le due formule godettero infatti di una popolarita considerevole durante il cinque e seicento, e cio non solo in Italia ma anche negli altri paesi d'Europa. Poi esse vanno esaurendosi, conservando tuttavia una certa vitalita ancor oggi.
著者
岩倉 具忠
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
vol.47, pp.1-17, 1997

Secondo Dante, la posizione dell'uomo nella struttura dell'universo corrisponde esatamente a quella del linguaggio umano. L'uomo infatti occupa una posizione intermedia tra gli abitanti del paradiso e gli animali inferiori. Gli angeli e i beati sono le "sustanze separate da materia", sicche'i minori e' grandi / di questa vita miran nello speglio / in che prima che pensi, il pensier pandi' (Par., xv, 61-63), Tale natura deriva dal fatto che nelle intelligenze celesti "l'affetto e il senno" corrispondono perfettamente (Par., xv, 74-76), per cui non hanno bisogno di avere il linguaggio. Per quanto riguarda gli animali inferiori, "dato che sono guidati dal mero istinto naturale, non fu necessario dotare neppure loro di linguaggio : e in effetti tutti gli animali appartenenti alla stessa specie hanno in comune gli stessi atti e passioni, sicche attraverso i propri possono conoscere quelli degli altri" (De v. e., I, ii, 5).Solo agli uomini e invece necessario un qualche segno insieme razionale e sensibile per la mutua comunicazione fra pensieri, perche lo spirito umano, in differenza di quello trasparente degli angeli, e gravato dallo spessore e dall′opacita di un corpo mortale (De v. e., I, iii, 1-2). Dopo la confusio linguarum, gli uomini mutarono le proprie lingue a loro arbitrio. Ogni lingua quindi, come i quattordici dialetti dell′Italia esaminati dal Poeta, e naturale poche si impara dalla madre, ma non e universale come il latino. Come e ben noto, Dante volle creare un volgare illustre, insieme naturale e universale. Ogni lingua e potenzialmente dotata della capacita di esprimere, ma spetta a ogni individuo di trasformare questa potenza in atto. Il cambiamento delle lingue storicamente manifestato e dovuto alla stessa natura dei mortali tanto instabili e corruttibili, pare essere puramente negativo, ma Dante ne rinviene invece un aspetto positivo, sostenendo che se un individuo disponesse del suo libero arbitrio per migliorare la propria lingua, riuscirebbe in fine a portarla a un alto grado di espressivita. Tuttavia, mentre un abuso del libero arbitrio conduce gli uomini alla dannazione, un suo buon uso li porta in Purgatorio. Abbiamo qui di nuovo un'immagine della struttura dell'universo riportata nell'orizzonte del linguaggio. Per Dante, creare una lingua nuova significava infatti espiare il "peccato originale linguistico" dell'uomo. Dante stesso, d'altronde, e riuscito con il suo strenuo sforzo individuale a raggiungere un linguaggio nel contempo naturale e universale, quasi paradisiaco, distaccandosi dal ristretto ambito linguistico e assumendo una prospettiva cosmopolita, grazie alla sua dolorosa esperienza dell'esilio.
著者
脇 功
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.13, pp.33-38, 1965-01-20

Nello "Zibaldone" il Leopardi dice di Dante : "Senza un tale esempio... si puo, se non altro, indubbiamente credere che si l'Italia si le altre nazioni avrebbe tardato assai piu che non fecero a innalzare le lingue proprie e moderne al grado di lingue illustre, quindi a formarsi delle letterature proprie e moderne e conformi ai tempi, e quindi lo spirito e il carattere nazionale, moderno, distinto, determinato...". Leggendo questi brani, si puo dedurre che il Leopardi apprezza Dante sopratutto per la sua contribuzione alla formazione della lingua e della coscienza nazionale. Per questo apprezzamento che hanno avuto piu o meno i letterati del Risorgimento, si potrebbe opinare che anche lui e figlio dei suoi tempi. Mentre, il Leopardi distingue gli uomini in due tipi ; gli uni sono "uomini ammirabili" e gli altri "uomini amabili". Ad esempio Achille e Rinaldo come famosi personaggi della "Gerusalemme liberata", Dante ecc.appratengono al primo tipo ; Ettore e Tancredi, Tasso ecc..., invece al secondo. Cioe, il Leopardi pensa a Dante come l'uomo da mettere in contrapposizione al Tasso ; un uomo si forte che sopportava e combatteva contro la fortuna inevitabile e l'infelicita. Secondo I.Waki questo giudizio del Leopardi su due classici italiani e molto efficace ; il contrapporre Dante, l'uomo ammirabile, al Tasso, l'uomo amabile, era una delle originalita del poeta di Recanati tra gli scrittori del Risorgimento che si riferiva di preferenza a Dante.
著者
岩倉 具忠
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
vol.29, pp.1-71, 1980

Se esaminiamo attentamente le pagine del De Vulgare Eloquentia, ci accorgiamo subito che ci sono dei capitoli dedicati alla trattazione della teoria generale del linguaggio (dal I all' VIII cap.)e dei capitoli destinati a discutere problemi piu concreti dal punto di vista storicosperimentale (dal IX al XV cap.). Mentre la teoria esposta nei primi capitoli si e basata su un' accurata mutuazione di varie fonti preesistenti, come Dante stesso ammette (I, I, I), i capitoli seguenti affrontano, nel metodo e nel contenuto, discussioni originali e innovative pur non allontanandosi dal nuovo tipo di approccio storico-sperimentale. Ma ora il nostro interesse si volge piuttosto alla teoria generale del linguaggio che, per quanto indubbiamente meno originale, presenta evidenti differenze rispetto ad altri simili trattati di retorica del suo tempo. Mosso da un suggerimento di M. Corti, che e recentemente riuscita ad identificare una parentela tra il testo del De V.E. e quello di un logista danese, si e potuto constatare, attraverso l'analisi di alcuni termini frequente-mente usati come per es. locutio ed eloquentia, e lo studio del metodo con cui Dante svolge le sue trattazioni, che, dietro una teoria "teologico-linguistica"formatasi intorno ai problemi del linguaggio, si puo identificare un sostrato teorico finora stranamente sfuggito all'attenzione degli studiosi di questa materia. Sara loro futuro compio non soltanto la ricerca specifica di ogni fonte, ma anche e soprattutto la generale e precisa comprensione dello sfondo culturale contemporaneo, come Mengaldo giustamente osserva: questo patrimonio culturale, lungi dall'essere completamente compreso, esercito un'influenza non trascurabile sulla formazione della teoria dantesca.
著者
ベンチヴェンニ アレッサンドロ 北川 忠紀
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.14, pp.7-24, 1966-01-20

Studiando il canto 26mo dell' Inferno, non mi e mai sembrato che ci fosse un vero contrasto, fra l' Ulisse della tradizione classica, cambiato in fiamma, pre avere istigato il tranello del cavallo di Troia e la confessione che Ulisse stesso fa, raccontando la storia del suo naufragio. che secondo Dante e anche la causa della sua discesa nell' Inferno. Alcuni commentatori troppo abituati a leggere la Divina Commedia, come un racconto oggettivo di un viaggio immaginario del poeta, che una esperienza intima esistenziale di Dante, hanno sentito il contrasto, e per spiegarlo hanno dovuto ricorrere all' ormai troppo vecchio strattagemma, di dividere la personalita del poeta in due, facendolo giudicare alcune volte come poeta ed altre come teologo. Secondo me, Ulisse, che non e altro che un simbolo, per Dante, simbolo di un male da evitare, comincia con insegnare inganni e termina ingannando se stesso, attribuendosi falsamente, e qui l' inganno, la forza di poter sorpassare i limiti fissati dagli Dei.La confidenza esagerata, frutto del successo avuto ingannando gli altri, lo conduce naturalmente ad avere una tale fiducia nel potere della sua intelligenza da osare persino di sorpassare i limiti fissati da Dio.Mi sembra dunque, che il secondo Ulisse non sia che una conclusione logica del primo, perche infondo fra il primo Ulisse, quello della tradizione classica, ed il secondo quello inventato da Dante, c' e la medesima relazione di quella che esiste fra causa ed effetto, e chi oserebbe vedere un solo contrasto anche se non contradizione, fra la causa e l' effetto ?
著者
脇 功
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.52, pp.1-20, 2002-10-25

Nel saggio intitolato Piccola antologia di ottave compreso in Perche leggere i classici, Calvino, trattando l'Orlando furioso di Ariosto, scrive come segue:<<…ma indicare dove e come e quanto la mia predilezione per questo poema (l'Orlando furioso)ha lasciato traccia nelle cose che ho scritto, m'obbliga a tornare sul lavoro gia fatto, mentre lo spirito ariostesco per me ha sempre voluto dire spinta in avanti, non voltarmi indietro.E poi, penso che tali tracce di predilezione siano abbastanza vistose per lasciare che il lettore le trovi da se・・・>>In questo mio saggio, provo a rispondere al compito che ha lasciato Calvino a noi lettori, cioe trovare le trcce dell'Orlando furioso nelle opere di Calvino.Questo mino saggio si divide in tre parti : 1.La struttura dell'Orlando furioso.2.Le tracce dell'Orlando nel Cavaliere inesistente di Calvino.3.Il metodo di Calvino e le tracce di Ariosto.nella prima parte, esaminando l'Orlando furioso, ravviso alla base di questo poema la cognizione ariostesca che il mondo e composto da vari elementi, cioe la cognizione della varieta e della diversita del mondo.Esostengo che per rappresentare il mondo cosi concepito, Ariosto aveva bisogno di esprimere i vari personaggi, le varie azioni dei vari personaggi, i vari episodi, i vari frammenti del mondo, come Ariosto stesso dice,<<Di molte fila esser bisogno parme a condur la gran tela ch'io lavoro>>.Nella seconda parte, scegliendo il Cavaliere inesistente di Calvino come esempio in cui appaiono abbastanza vistose le tracce di Ariosto, indico che i protagonisti di questa opera calviniana, Agilufo e Gurdulu, non sono imitazione di Don Chisciotte e Sancio Pansa di Cervantes, ma che in Agilufo, Calvino, esagerando e mettendolo in caricatura, esprime Orlando prima di impazzire, e in Gurdulu Orlando impazzito.Nella terza parte, additto l'affinita delle cognizioni del mondo di Ariosto e di Calvino, ed esaminando quale metodo usa Calvino nelle sue opere, Le citta invisibili, Il castello dei destini incrociati e Se una notte d'inverno un viaggiatore ecc, per rappresentare la sua cognizione del mondo, e ci trovo il suo metodo che, allacciando e combinando i vari frammenti del mondo, costruisce un mondo, un'unita di finzione artistica simile a quello ariostesco, quindi concludo che anche sul piano metodologico, Ariosto ha lasciato un'impronta su Calvino, e per Calvino questa impronta metodologica era piu importante di quella superficiale e vistosa.
著者
佐藤 三夫
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.48, pp.1-61, 1998-10-20

Bruno disputo pubblicamente con i dottori nell' Universita di Oxford subito dopo era arrivato a Londra da Parigi. Nella stessa universita fece anche alcune lezioni su <<de immortalitate animae>> e <<de quintuplici sphaera>>, ma fu costretto a interromperle perche accusato di plagi delle opere di Marsilio Ficino. Bruno stesso parla dell'incivilita e scortesia di quelli pedanti dottori di Oxoford nella sua opera <<La Cena de le Ceneri>>, nella quale opera si dibattono principalmente problemi relativi al copernicanismo. Il Nolano aveva rispetto per Copernico ma non ne era seguace. Scrive: "perche lui, piu studioso de la matematica che la natura, non ha possuto profondar e pensar sin tanto che potesse a fatto toglier via le radici de inconvenienti e vani principii, onde perfettamente sciogliesse tutte le contrarie difficulta e venesse a liberar a se ed altri da tante vane inquisizioni e fermar la contempalazione ne le cose costante e certe." Nelle universita medievali si considerava che la filosofia fosse superiore in dignita all'astronomia, perche la filosofia (naturale) trattava la natura come sostanza reale mentre l'astoronomia la trattava solamente come ipotesi matematica. Nella <<Cena de le Ceneri>> Bruno fa dire al dottor Nundinio e al dottor Torquato che Copernico descriveva il moto della terra solamente come ipotesi, non come una verita reale. Le opinioni di Nundinio e di Torquato sono forse le stesse che appaiono nella prefazione di Andreas Osiander ai lettori di <<De revolutionibus orbium coelestium>> di Copernico. Osiander voleva evitare che gli inquisitori avessero sul libro sospetti di eresia sottolineando l'ipotesita dell'astronomia di Copernico che sostiene il moto della terra. Bruno disse nella <<La Cena de le Ceneri>>:"Dove (nel primo libro di<<De revolutionibus orbium coelestium>>)(Copernico) non solo fa ufficio di matematico che suppone, ma anco de fisico che dimostra il moto de la terra". Bruno pensav forse cosi perche Copernico aveva scritto che aveva avuto l'influenza della concezione dell'universo dei pitagorici antichi. I pitagorici pensavano che i principi dei numeri erano i principi di tutti quelli che esistono non solamente in idea ma anche in realta. Pero Bruno non era un seguace dei pitagorici perche non poteva accettare l'opinione loro secondo la quale i numeri siano i principi dell'universo. E, per lui, la cosmologia eliocentrica di Copernico era solamente un mezzo per sviluppare la sua cosmonlogia fisica e metafisica, ma non eliocentrica. Cio significa che Bruno non poteva accettare solamente la cosmologia come ipotesi operativa di carattere matematico ma neanche l'eliocentrismo in quanto pensava che l'universo era infinito e senza alcun centro. Questo suo punto di vista si considera anzi la <<decentralizzazione della terra nell'universo>>. Per questo Bruno elimino l'esitenza di una "sfera ultima" che segnasse il limito dell'universo. E in questo potremo vederci l'influenza dell'epicureismo di Lucretius. Insomma, secondo Giordano Bruno, la terra e gli astri hanno vita. Quindi si muovono per il principio interiore e vitale e non esistono quelle sfere che si credevano di trasportare gli astri. L'idea che i corpi celesti hanno vita e si muovono in maniera autonoma non e quella dell'astoronomia matematica, bensi quella dell'animismo. Questo pensiero di Bruno sembrerebbe nato sotto l'influenza dell'ermetismo antico. Nell'<<Asclepius>> si legge: "Se enim animal mundus vivensque semper et fuit et est et erit, nihil n mundo mortale est. -Ergo vitae aeternitatisque debet esse plenissimus". Ma Bruno si sara ispirato prima di tutto forse a Marsilio Ficino. Infatti <<Pimander>> di Mercurius Trismegistus che Ficino tradusse in latino divenne il libro prediletto degli umanisti. Ficino scrive nella sua <<Theologia Platonica>> (Liber Quartus) che la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco hanno rispettivamente un'anima loro, e che <<Sphaerae illae vitam insitam possidebunt. -Similiter octo caelorum globi animas octo>>. Inoltre, dice che ≪sphaerae mundi amplissimae in seipsis possident conversionum suarum principia≫.
著者
ブッカレルリ パルマ 野上 素一
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.16, pp.101-110, 1968-01-20

Questo e un brevissimo riassunto della conferenza della Dottoressa Palma Bucarelli, direttrice della Galleria d'arte moderna di Roma. Ha illustrato molto chiaramente la storia dell'arte italiana cominciando dal 1910. Prima di tutto ha spiegato il movimento futurista, concludendo che il futurismo ha avuto un aspetto polemico, violentemente agressivo e distruttivo, e un aspetto positivo e costruttivo. Poi essa e passata a spiegare il destino di questo movimento che si e trasmutato. Per esempio essa ha parlato di Umberto Boccioni, Antonio Sant'Elia, Giorgio De Chirico. In quanto ai metafisici italiani, essa ha detto che essi sono stati fenomeno parallelo al "rappel a l'ordre" francese. Ha parlato di Amedeo Modigliani, Alberto Magnelli, Gino Severini, Massimo Campigli. Essa ha detto giustamente che il periodo che va dal 1930 all' inizio della seconda guerra mondiale non e stato un tempo felice per l'arte italiana. Essa ha detto poi come e trascorso questo tempo infelice per i grandi artisti come Giorgio Morandi, Tosi, De pisis, Arturo Martini, Marino Marini, Giacomo Manzu ecc. Secondo essa tutti questi artisti si impegnano soprattutto ad opporre una tradizione seria, autentica, fatta di valori concreti, alla falsa tradizione classicistica dell'arte ufficiale. Con la guerra e la fine del fascismo cadono tutte le barriere tra l'arte italiana e la cultura europea. Gli elementi risolutivi dell'intricata problematica del dopoguerra sono da cercarsi special mente nelle opere di tre artisti: Lucio Fontana, Alberto Burri e Giuseppe Capogrossi. Essa ha chiuso la conferenza mostrando lo sforzo compiuto dagli italiani di questo secolo per diventare cittadini del mondo.
著者
六反田 収
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.35, pp.1-14, 1986-03-15

E significante ed assai evocativo il fatto che Geoffrey Chaucer, contemporaneo del Petrarce e del Boccaccio, fu il primo poeta inglese che conobbe e gode la letterature dantesca con sincera riverenza inevitabile e con sensibilita spontanea e creativa, benche non is puo mai precisare come e quando avvenne l'incontro fra loro. Le varie chauceriane attivita poetiche ispirate da Dante, infatti, sovente dimostrano un carattere molto complesso e sottile che indica una certa obliquita non trascurabile della loro relazione, come si potrebbe supporre, per esempio, dalla loro identita curiosissiama osservabile nell'usare il nome proprio solamente una volta in tutte le opere:'Dante' nel Purgatorio XXX 55 e 'Geoffrey'in The House of Fame II 729. E critici e studiosi hanno trovato nell'episodio del conte Ugolino un oggetto opportuno per la loro analisi, senza dubbio assai giustamente accettandolo come tipico campione, e tentato di chiarire il rapporto fra i due poeti con tecnice rigorosamente contrastive e comparativa, ma sempre con risultato negativo o addirittura dannoso dalla parte del Chaucer. E vero che "per tutti i poeti e pericoloso gareggire con Dante." Ma, nonostante le ovvie differenze letterarie e temperamentali, si deve basare un giudizio valido in questo argomento almeno su una valutazione equilibrata, fatta in prospettiva piu intera e nello stesso tempo piu particolarizzante. Questo articolo e una prova di tal rivalutazione per mezzo d'una lettura esplicativa, facendo al Monk's Tale giustizia, ma certamente non senza un ossequio precedente al 'divino' poeta fiorentino.
著者
斎藤 泰弘
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.26, pp.88-102, 1978-03-20

Leonardo ha dato il nomignolo"Salay"a un discepolo venuto alla sua bottega nel 1490, perche leggeva in quel tempo il"Morgante"di Luigi Pulci, ma anche perche si ricordava di uno scandalo intorno al Pulci: la sua miscredenza e la pratica magica di Salay(=una potenza in fernale)che aveva scandalizzato Matteo Franco nel 1474. Il settimo decennio del '400 e il periodo di transizione dalla vecchia cultura dell'epoca cosmiana a quella nuova laurenziana. La nuova cultura cortigiana dominata dalla dottrina neoplatonica di armonizzazione tra Cristo e Platone, non permette il pensiero eretico e l'atteggiamento anti-clericale, benignamente tollerati dalla cultura tradizionale, cui appartiene il Pulci. In questa atmosfera cambiata, ha luogo la feroce tenzone fra il Pulci e il Franco, e la sconfitta di Luigi vuol dire il declino definitivo della cultura tradizionale. Benedetto Dei, amico di Leonardo e di Luigi, ci ha lasciato una curiosa"Cronaca", dalla quale possiamo farci un'idea della sua cultura letteraria. Il suo gusto somiglia molto a quello di Leonardo, e tutt'e due si rivelano eredi della vecchia tradizione culturale di Firenze, mentre tutti i sonetti del Pulci ricordati dal Dei, sono destinati a motteggiare la religione e il pensiero neoplatonico. Leonardo passa la sua giovinezza nella Firenze degli anni settanta. I suoi manoscritti, pur dimostrando l'influenza della nuova cultura, rivelano la sua fedelta alla cultura tradizionale rappresentata dal Pulci, anche in relazione all'atteggiamento eretico e anti-neoplatonico.
著者
野上 素一
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.11, pp.1-5, 1962-12-30

Dante era ancora giovane quando fu cacciato dalla Firenze(aveva soltanto ventisette anni)e doveva pellegrinare tutta la vita a traverso d'Italia dal 1302 fino al 1321. Quasi tutte le opere sues ono state scritte durante questo lungo viaggio. L'A., tenendo presente tale particolare esperienza di questo poeta suppone che del ricordo dei luoghi italici deve essere disseminato nella suo opera principale Divina Commedia. Ma esaminando prudentemente, L'A., scopri che tale ricordo, piu intenso nell'Inferno va via via diminuendo d'intensita e di frequenza nel Paradiso. Perche Dante ha dessunto dal mondo animale e dalla natura, dai fenomeni fisici e dalle creazioni dell'arte si vadano via via riconducendo al due ordini piu alti della luce e della musica. Dopo tale osservazione genererale, L'A., esamino come Dante abbia criticato due citta(Firenze e Roma)nella Divina Commedia. Secondo concetto di Dante, Firenze era la terra a lui piu caramente dietta, percio non poteva nascondere il suo sentimento di nostalgia per questa citta nativa, nonostante sentiva sempre forte odio per fiorentini che avevano la corrotto. Invece secondo il concetto di questo poeta, Roma era citta ideale come si vede chiaramente nell parole che si trovano nel Canto II d'Inferno "nell'empireo ciel per padre eletto". Dante invece considera che Roma fu destinata dalla volonta divina come la Sede d'Impero e nello stesso modo come la Sede di Cristo percio bestemmia il Pastore corrotto, chiamandolo puttana sciolta nel Canto XXXII del Purgatorio.
著者
田島 容子
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.48, pp.227-251, 1998-10-20

La presente studio tratta del panorama generale dei vari aspetti che si riferiscono alla voga dell'opera nella societa veneziana del diciassettesimo secolo. I principi sulla espressione musicale della Camerata fiorentina, basati sugli studi della tragedia greca antica, avevano fatto nascere lo stile del recitar cantando, e i drammi per musica coi recitativi furono rappresentati nelle feste delle varie corti d'Italia. L'opera lirica di carattere aristocratico del primo periodo serviva come divertimento per la gente di corte, grazie alla sua letterarieta di alto livello e la bellezza stilisticamente elaborata. Ma, sin da quando l'opera venne conosciuta nella Serenissima Repubblica Veneta nell'anno 1637, situazione riguardante l'opera subi dei cambiamenti sostanziali. Il successo della "L'Andromeda" rappresentata al Teatro S. Cassiano Nuovo suscito l'interesse della classe dei borghesi della citta di Venezia che cercava una nuova forma di attivita economica. Di conseguenza furono costruiti altri nuovi teatri in un brevissimo spazio di tempo, si consolido una forma amministativa di base economica, e fino alla fine del diciasettesimo secolo furono rappresentate persino circa 360 opere in 16 teatri. A differenza dell'opera umanistica di corte, quella veneziana del secolo in questione veniva prodotta, tenendo conto sopratutto del gusto degli spettatori e dei guadagni economici, e in questa maniera si realizzarono dei cambiamenti rapidi e notevoli sotto vari aspetti, che cagionarono cosi una produzione in serie di bassa qualita e spingendola verso la decadenza stilistica. Era molto raro nell'Europa occidentale del diciassettesimo secolo, ove stave consolidandosi l'assolutismo nel campo politico, produrre opere artistiche, non quale forma di divertimento monopolizzata dalla classe privilegiata della societa, ma per soddisfare la domanda e il bisogno del popolo, e quindi mi sembra molto interessante esaminare a fondo la situazione che riguarda l'opera veneziana dell'epoca e seguire la storia della sua decadenza. I teatri pubblici a pagamento nati a Venezia, i palchi cumulativi, i nuovi tentativi in cerca di ampollosita nel meccanismo degli apparati e dei mutamenti di scene, il sipario, il proscenio, l'arco, l'orchestra, tutti questi elementi contribuirono molto alla diffusione dell'opera new vari paesi dell'Europa, quale mezzo lussuoso di divertimento D'altra parte, pero, l'incessante ricerca di una massima incivisita tramite la macchinosita scenografica e il fasto scenico, la tendenza eccessiva di frequenza di arie, spinsero oltre 50 mutamenti di scena durante una rappresentazione, spinsero la rappresentazione operistiche verso un complesso di effetti sontuosi di scena e di esibizionismo della tecnica dei cantanti, che accelerarono il cambiamento dell'opera stessa. I codici musicali contariniani della biblioteca di S. Marco sono un vasto campo aperto alla ricerca melodrammatica, campo che offre piu comuni notizie storiche dei drammi musicali rappresentati in Venezia. A quell'epoca al compositore della musica era riserbato il terzo posto, non solo il poeta, ma talvolta anche il macchinista era tenuto da piu del compositore. Pertanto i gran parte di spartiti operistici sono scartiti dopo la sua rappresentazione. Quindi la mancanza dei spartiti rende piu difficile di chiarire al processo di crescita dell'opera veneziana del diciassettesimo secolo. I codici contariniani sono costituiti da ben 120 manoscritti che sono ricche documenti per stabilire le cause dell'evoluzione operistica. Dall'analisi dei codici musicali contariniani, l'autrice della presente tesi cerca di esaminare il ruolo storico effettuato dall'opera veneziana del Seicento, alla luce di suoi contributi per lo sviluppo dell'opera europea, sia dal punto di vista funzionale che artistica, alla quale purtroppo non e stata attribuita finora una considerazione meritevole da parte della critica, probabilmente sopratutto a causa del suo carattere diverso.
著者
斎藤 泰弘
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
vol.72, pp.67-92, 2022 (Released:2022-11-09)
参考文献数
11

Nel presente articolo vengono trattate le vicende di una causa civile in cui Stefano Pirandello, figlio di Luigi, fu accusato di essere il vero autore di un soggetto del padre: Il figlio dell’uomo cattivo, che fu acquistato dall’imprenditore G. Manenti nel 1936 in qualità di “soggetto originale dell’Accademico Luigi Pirandello” poco prima della morte del premio Nobel. Tuttavia, dopo la sua scomparsa l’imprenditore denunciò il soggetto come “apocrifo” indicando Stefano come il suo vero autore. Per controbattere l’accusa, Stefano presentò un memoriale in cui venivano indicate dettagliatamente le modalità di svolgimento di questo tipo di lavoro, nonché le parti della trama modificate per interferenza censoriale del governo fascista e del Sant’Uffizio. Tale vertenza si concluse con una transazione in cui Stefano fu assolto dall’accusa a lui rivolta.Questo Memoriale di Stefano ci rivela chiaramente il funzionamento dell’officina creativa di Pirandello: lui parla liberamente agli amici intimi delle sue idee in merito a vari soggetti, accettando volentieri le loro proposte per migliorarli, mentre Stefano, il suo “negro” (inteso come “schiavo”), prende nota di tutto quello che gli detta il padre, e allo stesso tempo cerca di colmare le lacune dei racconti inventando nuovi episodi. Egli stesso nel suo Memoriale confessa quanto segue: “Accanto a Pirandello, chi sa come, ci sentiamo tutti bravi a inventare. Bravi come lui. Bravi anche più di lui. Chi sa come, poi, senza Pirandello, siamo tutti un po’ meno bravi. […] Il merito di questo fervore inventivo restava per intero alla fantasia creativa […] che era la fantasia di Pirandello”.Il “negro” Stefano collabora volentieri con il padrone posseduto dal suo demone creativo. L’editore Bompiani ci fornisce una spiegazione convincente in merito a questa strana relazione fra i due: “Il rapporto di Stefano col padre era del tutto fisiologico: Stefano aveva un cervello simile, ma critico, e Pirandello se ne serviva come di un proprio organo.” (da Il mestiere dell’editore). Una volta completata la stesura, Pirandello regolarmente considerava come proprio tutto ciò che veniva scritto da Stefano senza apportare nessuna modifica al testo.Questo atteggiamento potrebbe essere riconducibile al fenomeno del “padre-padrone” specifico del Meridione; Stefano dedica tutto sé stesso al padre, lavorando come un “negro” e perfino tramutandosi nel coautore del padre, alimenta la sua creatività anche dal di dentro.Tuttavia, quando il padre gli impose di pubblicare un intero scenario a nome suo per ripicca nei confronti di un ordine del governo fascista—è il caso dell’Acciaio—, il figlio non poté sottrarsi a un forte rimorso di coscienza, e giungendo perfino a deridere i critici incapaci di distinguere le differenze di stile, confessò in modo autolesionistico di esserne stato il vero autore.Da questo Memoriale rivelatore del funzionamento dell“officina Pirandello” si può intuire che il figlio non è mai riuscito a liberarsi dalle catene del padre, nemmeno dopo la morte di quest’ultimo, e visse come un buon figlio docile covando un sentimento ambivalente di amore-odio nei confronti del “padre-padrone”. In ultima analisi Stefano si sentiva anche lui come il figlio dell’uomo cattivo.
著者
村松 真理子
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.40, pp.70-92, 1990-10-20

IL Novellino, raccolta di brevi "novelle antiche", nonostante sia redatto in un semplice stile colloquiale nel volgare della seconda meta del Duecento, e una opera importante nella storia letteraria delle originei. Le cento novelle, compilate da un anonimo fiorentino e tramandate a noi per mezzo di otto codici, purtroppo imperfetti, presentano strutture stilistiche comuni : brevita delle frasi e delle novelle, sintassi paratattica, ricorrenza delle stesse parole. Tutte queste specificita testimoniano la tradizione culturale e le tendenze stilistiche del Duecento. Soprattutto il gusto dell'abbreviatio, tono dominante dell'intera opera, e da rilevare in quanto attesta la persistenza della tradizione medievale dell'exemplum : un locus retorico nell'ars praedicandi sviluppatosi nel tardo Medioevo come genere letterario. Nell'economia dell'opera l'uso della brevita, e di un ricco repertorio di figure retoriche, ottiene un effetto espressivo d'"essenzialita", che rivela grande maturita estetica nel contesto culturale dell' epoca. Nel tardo Medioevo la retorica riacquista la propria importanza nel campo dell'oratoria secolare all'interno della societa comunale, dove il potere delle parole riprende un grande valore politico e letterario. La Rettorica di Brunetto Latini e uno degli esempi piu eloquenti e importanti di questa fase culturale, caratterizzata dal volgarizzamento, nella quale si colloca il Novellino. Entrando nei dettagli, il confronto tra la novella 51 del Novellino e la novella 9 della prima giornata del Decameron serve a mettere a fuoco le caratteristiche dell'opera dugentesca e la tradizione novellistica di cui le due opere sono tappe fondamentali. Si nota anzitutto la differenza di stile : la sintassi paratattica con brevi frasi coordinate del Novellino e la sintassi latineggiante ipotattica del Decameron. Il ritmo del Novellino e vivace per l'abbreviatio e per le diverse figure retoriche : ricorrenza del termine "sofferire", ripetuto ben quattro volte in un cosi breve brano ; rima e assonanza ( "...alla quale...e onta tale..." "...a voi sono gia fatti diecimila disonori...priegovi che voi, ..""...n'e fatto pur uno...il mio uno...") ; endiadi ("Mossesi e andonne..."). In questa cadenza di immediatezza l'interesse dell'autore si concentra sulla parte del discorso diretto, in cui l'uso delle sintesi oppositive di iperboli ben esprime l'ironia ("a voi sono gia fatti dieci mila disonori, e a me n'e fatto pur uno"). Nell'opera del Trecento le tecniche silistiche dugentesche sono abbandonate e diventano importanti, invece, la descrizione della psicologia dei personaggi e la precisazione dell'ambiente e del tempo. "Una guasca"del Novellino viene meglio individualizzata come "una gentil donna di Guascogna", e non manca una dettagliata descrizione temporale ("ne'tempi del primo re di Cipri, dopo il conquisto fatto della Terra Santa da Gottifre di Buglione"). Nel testo boccaccesco questa precisazione della situazione viene seguita dalla descrizione psicologica dell'eroina laddove, nella novella dell'anonimo fiorentino, c'e solo una frase che introduce il bel motto della protagonista. In altre parole, Boccaccio elimina l'anonimato dei personaggi dugenteschi, testimonianza della tradizione dell'exemplum medievale. In quest'ultimo la concezione temporale e spaziale contrasta con la coscieza storica e con l'interesse per la psicologia umana presenti nell'"epopea dei mercatanti".Prima del contributo di S. Battaglia e di V. Russo, basato sullo studio delle figure retoriche, la critica tendeva a confrontare il Novellino con il capolavoro boccaccesco, attribuendo la differenza delle opere all'ingenuita dell'opera precedente o alla maturita del maestro della prosa italiana. Si puo invece dire che le due strutture narrative riflettono due tipi di sensibilita e cultura. Pur individuando un legame tra le due opere, quella precedente richiede una valutazione indipendente all'interno del suo contesto culturale, come per il Decameron si puo co
著者
高津 美和
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
no.56, pp.96-119, 2006-10-21

La Riforma ha avuto una importante influenza sulla situazione religiosa nell' Italia del Cinquecento. L'idea venuta d'oltralpe passata attaraverso Venezia costrinse la Chiesa Romana a confermare la propria dottrina ed a mettere in ordine il sistema del controllo delle idee. Nel corso della Controriforma apparvero "gli eretici". Bernardino Ochino (1487-1564) e valutato "il piu importante dei riformatori italiani" da Delio Cantimori, autore di Eretici italiani del Cinquecento (1939). Ochino appartenne all'ordine dei Francescani Osservanti, poi a quello dei Cappuccini ed ebbe fama in tutta l'Italia come grande predicatore. Pero col tempo la Chiesa comincio a sospettare che Ochino diffondesse l'idea della Riforma mediante la sua predicazione. Nel 1542 quando Ochino fu convocato dall'Inquisizione Romana, lascio l'Italia e ando a Ginevra. Questo articolo sulla vita e la fede di Ochino e un tentative di mettere in luce una fase della storia della Chiesa in un periodo pieno di fermento. Prima della Riforma protestante ci fu il movimento riformatore cattollico, cosidetto Riforma cattolica. A partire dal pontificate di Paolo III(1534), questo movimento cambio e divenne di carattere generale la cui iniziativa fu presa dal papa e gradualmente divenne meno tollerante e piu esclusivo con i dissidenti religiosi. Fu l'Inquisizione Romana istituta nel 1542 con la bolla Licet ab initio che simbolizzo questa tendenza oppressiva della Chiesa. A quel tempo l'Italia era divisa in stati e ducati, ma dopo l'istituzione di questa organizzazione, si pote svolgere il proveddimento unificato contro gli eretici. Sembra che ci siano due ragioni perche Ochino fu convocato a Roma. Una dipende dal suo rapporto personale, soprattutto, con il mistico spagnolo, Juan de Valdes (1500-41). Valdes formo un circolo umanistico a Napoli e presento l'idea d'oltralpe agli intelettuali italiani. Nel 1536 quando Ochino predico a Napoli, conobbe Valdes. Tramite lui Ochino ebbe l' opportunita di avvicinare le opere di Erasmo, Lutero, Calvino, ecc. Per questo rapporto l'Inquisizione considero l'ortodossia di Ochino sospettosa. La seconda ragione era che Ochino era un predicatore popolare. La predicazione funzionava efficacemente come mezzo per trasmettere le nuove idee, percio, l'Inquisizione trovo il bisogno di consolidare il controllo dei predicatori. Inoltre l'influenza di alcuni prelati come il vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti o il cardinale, Gasparo Contarini che appoggiarono le riforme moderate e conobbero Ochino, ando diminuendo sotto il mutamento d'indirizzo della Chiesa e Ochino non pote contare sul loro aiuto. Cosi Ochino decise di andarsene dall'Italia. Rimangono pochi documenti delle prediche di Ochino. Pero possiamo ricostruire il suo pensiero dai suoi scritti prima e dopo la fuga. Nel Dialogi sette (1540) si trova quasi completamente la tradizione dell'idea dei Francescani invece della simpatia verso quella protestante. Tuttavia, l'idea dei Francescani ebbe una storia complicata e bisogna fare attenzione al modo di accoglierla di Ochino. Per esempio, il soggetto del "Ladrone in croce" del quarto dialogo del Dialogi e uguale a quello di Arbor Vitae Crucifixae Jesu di Ubertino da Casale, membro dei Francescani Spirituali (1305). Esaminando l'opera di Ubertino possiamo trovarci implicati due temi: la giustificazione per la fede e la predestinazione. Ochino consulto l'opera di Ubertino, ma non ne fece suo il pensiero totalmente, cioe, Ochino adopero il tema della giustificazione nella propria opera, ma si riservo su quello della predestinazione. Si puo desumere che Ochino abbia capito il pericolo di esprimere l'interesse per la dottrina dei calvinisti nella sopraddetta situazione. L'opinione di Ochino sulla Chiesa possiamo trovarla nei suoi scritti dopo la fuga dall'Italia. Ochino confesso il suo malcontento verso l'ordine dei Francescani Osservanti e quello dei Cappuccini. Alia fine manifesto la sua separazione dalla Chiesa cattolica pubblicando Imagine di Antechristo (1542) in cui identified il papa come Anticristo. Cosi si puo dire che la vita e la fede di Bernardino Ochino suggeriscano il complesso clima religiose nell'Italia del Cinquecento che ha ancora qualche punto da esaminare in future.
著者
中川 さつき
出版者
イタリア学会
雑誌
イタリア学会誌 (ISSN:03872947)
巻号頁・発行日
vol.48, pp.252-274, 1998-10-20 (Released:2017-04-05)

"La clemenza di Tito" di Mozart (k. 621) fu rappresentata per la prima volta nel 1791 per l'incoronazione dell'imperatore Leopoldo II a re di Boemia. Il compositore non musico l'opera basandosi sul famoso libretto di Metastasio, rappresentato nel 1734 con la musica di Caldara, ma su un testo ridotto da Caterino Mazzola. Pur elogiando la musica di Mozart, fino a qualche anno fa, la maggior parte degli studiosi mozartiani giudicava il libretto di Metastasio convenzionale e fuori moda. A nostro avviso, questo giudizio e troppo parziale e influenzato dall'evoluzionismo, e in questo saggio, esaminando i due libretti di "La clemenza di Tito", cercheremo di chiarire la diversa concezione dell'opera lirica in Metastasio e in Mozart-Mazzola. Mozart-Mazzola apportarono due modifiche: una di forma e una di contenuto. Dal punto di vista formale, al fine di conformarsi alla tendenza di quegli anni, trasformarono il dramma metastasiano di tre atti in un'opera in due atti; accorciando poi i recitativi e inserendo i concertati, ovvero i duetti, i terzetti e i finali, diedero maggiore spazio alla musica. Per quanto riguarda il contenuto, Mozart-Mazzola trasformarono Vitellia e Tito, i personaggi idealizzati di Metastasio, in persone realistiche e umane. Vitellia e una principessa orgogliosa che sfruttando la fedelta di Sesto, vuole uccidere l'imperatore per salire al trono; tuttavia alla fine, per salvare la vita di Sesto, confessa la propria colpa. Nel testo originale, Vitellia agisce sempre con coerenza e consapevolezza, e sacrifica la propria vita per Sesto. Con grande padronanza di se, affronta la morte e nell'ultima aria canta "Getta il nocchier talora". Nella versione mozartiana, invece, e una donna debole che nel famoso rondo "Non piu di fiori vaghe catene" si lamenta per non essere in grado di sposare l'imperatore Tito. Mozart-Mazzola ridussero anche lo spessore dell'immagine di Tito, togliendo la sua dichiarazione di celibato a vita. I protagonisti idealizzati che nell'opera di Metastasio si sacrificano volontariamente per il bene degli altri diventarono cosi persone normali. In conclusione, mentre Metastasio privilegio la poesia sulla musica e realizzo immagini idealizzate, Mozart-Mazzola diedero maggiore importanza alla musica e crearono dei personaggi realistici.